Finalmente arriva nelle sale italiane Gimme Danger, il docufilm di Jim Jarmusch dedicato agli Stooges e a quella leggenda vivente che è Iggy Pop. Dopo essere stato presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes, quest’ultimo lavoro del regista statunitense verrà proiettato per il grande pubblico solo nelle giornate del 21 e del 22 febbraio (grazie alla distribuzione curata da Nexo Digital e da BIM).

Gimme Danger è il 14° lungometraggio di Jarmusch, che con l’Iguanaaveva già collaborato per Dead Man e per il corto (poi inserito in Coffee & Cigarettes) intitolato Somewhere in California.

Il loro è un rapporto particolare, secondo il regista: «Nessun’altra band della storia del rock ‘n’ rollpuò competere con la combinazione di pulsazioni primordiali, psichedelia pungente, blues-a-billy grind, completati da testi succinti e tormentati e dal ringhio da leopardo di un front man che incarna in qualche modo Nijinsky, Bruce Lee, Harpo Marx e Arthur Rimbaud».

E se si pensa al cinema di Jarmusch, è praticamente impossibile non cogliere nel suo stile il forte legame con il rock, con l’underground americano. Egli stesso fa parte di quella branca di cineasti che, negli anni ottanta, iniziarono a realizzare film indipendenti approdando poi nel mainstream, esattamente com’è successo con il punk, con l’hardcore e con i precursori di questi generi come, appunto, gli Stooges.

Gimme Danger è un piccolo gioiello tra i docufilm che si sono occupati di musica, delle grandi star. Ha il pregio di concentrarsi sugli Stooges in quanto band, saltando a piè pari tutto ciò che riguarda la fase solista di Iggy Pop. Racconta il contesto e gli elementi che hanno contribuito a mettere insieme quattro ragazzi del Michigan ispirati dallo sperimentalismo musicale degli anni 60. Di come gli stessi ragazzi circa 40 anni dopo, nel 2003, si siano riuniti. Ricorda con commozione i fondatori della band, ormai scomparsi: Ron Asheton, Scott Asheton e Dave Alexander oltre a Steve Mackay.

Parla di un’epoca che non esiste più, di una spontaneità e di una coerenza difficili da ritrovare ai giorni nostri. Gli Stooges e Iggy Pop ripudiavano il mercato che riciclava divi del rock’n’rollin serie, non facevano lotta politica, si distinguevano dal fenomeno hippie, scrivevano testi semplici, diretti come pallottole. Erano selvaggi, primordiali, geniali.

L’ultimo superstite di quei ragazzi che diedero vita alla leggenda è proprio Jim Osterberg, Iggy Pop, che nel film è quesi sempre seduto su una poltrona, scalzo, con lo sguardo perso a ricordare momenti della sua vita.  D’un tratto pronuncia delle parole che sembrano un manifesto: «Non voglio essere cool, non voglio essere alternativo, non voglio essere punk, rock, voglio solo… Essere».
Se da adolescenti abbiamo sognato di emulare personaggi del genere, da adulti possiamo ancora sognare, ma sappiamo che essi in fondo ci indicano solamente una via, attraverso le strofe, i riff di chitarra o di basso e le ritmiche dirompenti.
Proprio per questo Jarmusch considera Gimme Danger«La nostra lettera d’amore per quella che probabilmente è stata la più grande band della storia del rock ‘n’ roll».