I miei tre mesi a Los Angeles presso M-Accelerator

M-Accelerator è un corso organizzato da Mediars, con sede a Los Angeles, indirizzato a start-up e liberi professionisti e che si pone come obiettivo quello di fornire strategie, mindset e skills nuove per “accelerare” il processo di nascita (o di crescita) di un business.

Los Angeles Downtown

Prima dell’incubo coronavirus e del caos mondiale che ne è conseguito, ho avuto l’opportunità di trascorrere tre mesi nella città degli angeli per seguire il corso M-Accelerator per start-up e liberi professionisti.

È stata per me un’esperienza unica che ha posto le basi per dare una spinta a quel percorso professionale intrapreso anni fa.

E mai come in questo momento tutti noi abbiamo la necessità di rivedere le nostre strategie per sopravvivere a quello che indubbiamente sarà un periodo complesso.

Ne ho parlato in questo articolo tratto dal loro blog.

Buona lettura!

By | 18 Aprile 2020|Uncategorized|0 Comments

AdEspresso: perché le piccole e medie imprese dovrebbero utilizzarlo?

Parliamo del celebre tool che permette di strutturare sia campagne che test A/B su facebook in modo semplice e veloce. AdEspresso è veramente così utile?

Cover AdEspresso

Quando si parla di Social Media Marketing si sta parlando anche (se non principalmente) di Advertising sui vari canali social. E quando si parla di campagne pubblicitarie sui social, il primo che viene in mente è senza dubbio Facebook che con la sua interfaccia e i suoi strumenti nativi, diciamolo, non è il massimo per ciò che riguarda la user experience.

La Start-Up AdEspresso, nata nel 2011 a San Francisco grazie agli italiani Armando Biondi, Carlo Forghieri e Massimo Chieruzzi interviene proprio su questo gap. Un’esigenza di tutti coloro che lavorano nell’ambito del web marketing e che vorrebbero velocizzare il processo di creazione di campagne e inserzioni facebook.

Quello che fa questo tool è “sostituirsi” all’interfaccia nativa di facebook e permettere agli utenti di gestire ogni elemento di una campagna, ovvero:

  • Obiettivo della campagna
  • Parte testuale e grafica dell’inserzione
  • Test A/B
  • Targetizzazione
  • Test delle tipologie di pubblico

Questa gestione risulta estremamente più intuitiva e veloce soprattutto quando si tratta di dover creare split test proponendo alternative di Headlines, corpo del testo e immagini dell’inserzione.

AdEspresso Split Test

Ancor più intuitiva poi quando permette di moltiplicare i test anche a seconda del target di pubblico che è stato selezionato, per vedere poi in corso d’opera quale inserzione dà i migliori risultati e quindi bloccare le altre.

Ma tutto ciò è veramente utile?

Se consideriamo la fondamentale importanza che ricopre l’analisi dei risultati in una strategia di social media marketing, questa migliore gestione dei test delle inserzioni facilita molto il lavoro, soprattutto se la mole di campagne effettuate è quello di una piccola e media impresa (clientela a cui si rivolge AdEspresso).

Inoltre bisogna contemplare un budget minimo di circa 100 euro al mese se si considera che 50 euro se ne vanno solo per l’utilizzo della versione basic del tool.

Il responso quindi è sicuramente positivo, se a dover utilizzare questo strumento sono piccole o medie imprese che non vogliono affidarsi ad altre aziende di marketing per le loro campagne, ma allo stesso tempo hanno una mole talmente elevata di lavoro che l’utilizzo diretto di facebook potrebbe rappresentare uno svantaggio.

Dimenticavo: AdEspresso è stata acquisita da Hootsuite nel 2017.

By | 27 Aprile 2018|Social Media|0 Comments

Come realizzare un Curriculum da copywriter… accattivante.

Dopo anni di Europass, ho deciso di realizzare un curriculum vitae più accattivante e più funzionale al lavoro di copywriter.

Come realizzare curriculum accattivante

Il concetto alla base è sempre lo stesso: catturare l’attenzione di chi legge. Nel caso di un curriculum vitae, chi legge vuole capire se voi con le vostre competenze ed esperienze sarete adatti alla posizione lavorativa in questione.

Per anni mi sono affidato al formato europeo, richiesto esplicitamente da molte aziende. Uno standard, asettico, impersonale, ma talvolta poco funzionale.

Convinto che solamente un grafico potesse avere un resume più creativo, ho tenuto l’Europass fino a qualche settimana fa quando mi sono deciso a cercare su Google esempi di curriculum da copywriter.

E mi sono uscite queste immagini.

Curricula decisamente coraggiosi e intraprendenti. Il mio consiglio però è quello di non “strafare”, ma trovare un compromesso tra quacosa di graficamente curato e strutturalmente professionale.

Alla fine ho realizzato questo template con Adobe Illustrator:

Esempio di Curriculum da copywriter di Marco Casciani

Ecco allora qualche indicazione che penso possa tornare utile a chi vorrebbe avere un curriculum da copywriter più intrigante:

  1. Cercare di riassumere tutto in una sola pagina formato A4.
  2. Dividere il foglio in 3 parti, dedicare 1/3 del foglio alle info e ai contatti e i rimanenti 2/3 alle competenze e alle esperienze lavorative.
  3. Dare più risalto ai contatti, all’obiettivo, alle certificazioni e alle ultime esperienze lavorative.
  4. Non esagerare: il template è semplice, ma graficamente curato.
  5. Evitare termini inglesi e internazionali: Obiettivo e non Mission, Competenze e non Skills.

Buon lavoro!

P.S. ho trovato molto utile questo tutorial per utilizzare al meglio Illustrator.

By | 19 Gennaio 2018|Copywriting, Lavoro|0 Comments

Le parole sono importanti: scrivere sul Web

Qualche consiglio utile per scrivere sul Web in modo chiaro e onesto.

Scrivere sul Web

La domanda è: sai veramente scrivere sul Web?

Se c’è una cosa che il Web e i Social ci hanno insegnato è che oggi siamo tutti scrittori: apri un Blog e puoi dare in pasto a chiunque le tue poesie. Su Facebook puoi raccontare il sogno che hai appena fatto e su Twitter puoi dire la tua sul vincitore di X Factor. Stai comunicando un concetto attraverso la scrittura – è vero – ma scrivere è un’altra cosa.

Richiede più attenzione perché ci si dimentica troppo facilmente che ciò che scriviamo sarà letto da una persona reale, non una Profile Pic. Bisogna esser chiari, onesti, senza ricorrere a nessuna scorciatoia.

Leggendo testi come Elementi di Stile nella Scrittura di William StrunkE.B. White, On Writing di Stephen King e Le nuove regole della Scrittura di Ann Handley ho trovato utili i seguenti consigli:

  • Evita parole vaghe (aspetto, interessante, carattere, fattore, molto, natura, rispettivamente, spesse volte).
  • Evita gli avverbi.
  • Evita il weblish (top, update, lol).
  • Evita parole costruite (vallettopoli, rubygate, apericena, schedulare).
  • Evita i cliché (approccio a 360 gradi, un fiume in piena, essere l’ago della bilancia).

Il consiglio generale è quello di rileggere, eliminare il superfluo e procedere con cautela. Scrivere in modo semplice. Evitare tecnicismi o inglesismi se non è necessario, soprattutto se stai cercando di vendere e persuadere.

By | 11 Gennaio 2018|Copywriting|0 Comments

Regala un libro a un Copy per Natale

Non sai cosa regalare al tuo copy di fiducia? Ti consiglio La parola immaginata!

Merry Christmas - La Parola Immaginata

Tempo fa lessi La parola immaginata di Annamaria Testa e sento di consigliarlo a chiunque voglia apprendere qualcosa in più sul mestiere di Copy.

L’autrice “è considerata uno dei più brillanti talenti creativi italiani”, copywriter dal 1974, docente presso l’Università Bocconi di Milano, penna di Internazionale.it, ha fondato nel 1983 una propria agenzia e nel 2012 è stata la prima donna pubblicitaria ad entrare nella Hall Of Fame dell’Art Directors Club Italiano.

La parola Immaginata di Annamaria Testa

Partendo dalla sua esperienza personale, affronta con passione il mestiere di chi scrive per vendere prodotti. Spiega il processo creativo, come si realizza un buon titolo, un buon claim e come si lavora in coppia con l’Art. Dispensa consigli, racconta aneddoti personali, spiega i meccanismi e l’organizzazione di un’agenzia lasciando trapelare il suo grande amore per questa professione.

Il testo, inoltre, contiene immagini di numerose campagne da lei realizzate dalla metà degli anni Settanta in poi, che a modo loro testimoniano un cambiamento storico e sociale dell’Italia degli ultimi 40 anni.

Immagini che fanno un certo effetto, quasi romantico: provate a imaginare come dev’essere stato creare delle campagne pubblicitarie durante gli anni di piombo!

Link Utili: Annamariatesta.it

 

By | 21 Dicembre 2017|Copywriting, Libri|0 Comments

Scrittura violenta: incontro ravvicinato con Chuck Palahniuk

American Gothic: ad Halloween Chuck Palahniuk incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma.

Chuck Palahniuk al Festival del Cinema di Roma

Dopo aver letto svariati romanzi del velenoso autore di Portland, sono giunto a una conclusione: si può criticare il consumismo con le stesse armi del marketing.

Fateci caso. Un testo come Fight Club (e la fedele sceneggiatura del film di David Fincher) è pieno di taglines, headlines, payoff al vetriolo che ti fanno venir voglia di rasarti la testa, buttare via tutto e iniziare a fabbricare esplosivo.

  • Forse diventeremo leggenda, forse no.
  • Questa è la tua vita e va finendo un minuto alla volta.
  • Quella che vedi al Fight Club è una generazione di uomini cresciuti da donne.
  • Certe volte fai una cosa e finisci fottuto. Certe volte sono le cose che non fai e finisci fottuto.
  • Non c’è niente di statico. Tutto va a pezzi.
  • Io sono il sottoprodotto tossico della creazione di Dio.
  • Non è perché ti ficchi penne nel culo che diventi una gallina.

E queste sono tratte solo dal romanzo più conosciuto di Chuck Palahniuk, ma ogni suo lavoro contiene una media di 5/6 slogan memorabili: nichilismo per la massa.

Mi viene in mente che il buon Chuck, cresciuto con il laboratorio di scrittura Dangerous Writing tenuto da Tom Spanbauer, abbia scritto come un pubblicitario, quando affronta di petto il consumismo, il marketing e la pubblicità.

Autografo di Chuck Palahniuk

Leggendo le sue storie ti accorgi che ad essere prodotti di consumo sono anche religioni e i movimenti politici.

Durante l’incontro moderato da Antonio Monda, si è naturalmente parlato di cinema e Palahniuk ha presentato la sua personale lista di 5 film che rappresentano quello stile americano gotico, horror, grottesco. La lista comprendeva Rosemary’s Baby di Roman Polansky, Session 9 di Brad Anderson, Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott, Coma Profondo di Michael Chrichton, Ballata Macabra di Dan Curtis e Non si uccidono anche i cavalli? di Sidney Pollack.

Ma è Alien di Ridley Scott ad averlo shockato.

“Vi ricordate la tagline del film qual’era? – chiede al pubblico. Poi sorride sornione e aggiunge – In space, no one can hear you scream“.

 

By | 31 Ottobre 2017|Cinema, Libri|0 Comments

CREATIVITÀ. La Sfida di Solomon Tsitsuashvili

È sempre affascinante osservare i meccanismi della comunicazione, specialmente da quando ci siamo tutti allegramente tuffati nell’immensa ragnatela che, ormai, detta le regole del gioco.
Il punto è che il web è uno strumento che offre nuove possibilità, ma solo se si ha la giusta abilità nel comprendere e gestire le sue dinamiche.

Solomon Tsitsuashvili, un copywriter georgiano, ha ideato un modo brillante, creativo e originale per farsi pubblicità, parlando di pubblicità. Ha deciso di lanciare una sfida a se stesso: pubblicare ogni giorno sulla propria pagina facebook una campagna di un grande brand, inventata da lui. L’idea è stuzzicante e ha riscontrato una certa viralità sul web.
In un periodo in cui servono idee accattivanti per spiccare tra la massa, in cui catturare l’attenzione di una manciata di secondi sui social è diventata una strategia di marketing fondamentale, l’esempio di questo giovane copywriter è interessante da analizzare.

Solomon Copy Funny Adv

Ciao Solomon, puoi parlarci del tuo lavoro e del tuo percorso professionale?
“Attualmente sto lavorando per una grande azienda nazionale nel settore Marketing come Social Media Strategist. Ho iniziato nel mondo del marketing circa sette anni fa lavorando per varie aziende e svolgendo diversi ruoli. Adesso sto provando a virare gradualmente il mio percorso e dedicarmi all’Advertising a tempo pieno.

Un Ad al giorno per 365 giorni: come ti è venuta l’idea di sfidare te stesso?
“Sono stato appassionato di pubblicità fin dai tempi dell’università, ma in quel periodo non ero così sicuro di avere talento per intraprendere la strada del pubblicitario. Trascorsi gli anni, ho affrontato diverse situazioni lavorative nell’ambito del design e del copywriting, così quest’estate ho deciso di mettere alla prova le mie abilità. In un primo momento non ero così certo del risultato: 365 giorni sono veramente tanti! Ma dopo circa un mese ho notato che la gente si divertiva molto con le mie creazioni e questo mi ha dato una spinta per andare avanti. Così eccomi qua: al 195° giorno senza stop!”

Sembra un esempio perfetto di viral marketing fatto attraverso i social: la sfida diverte, intrattiene e ti dà anche una certa visibilità come copywriter. Era questo il tuo obiettivo?
“Diciamo che lo scopo in primis era quello di mettermi alla prova, di testare le mie abilità. Fare questa cosa ogni giorno per un anno, senza neanche una pausa, è un ottimo esercizio creativo. Aiuta a sviluppare carattere e determinazione, qualità essenziali se si vuole lavorare in una grande azienda i cui ritmi sono frenetici. Poi, certamente, questa sfida mi dà una grande visibilità sia a livello nazionale, qui in Georgia, che internazionale. Quello che sto facendo può rivelarsi molto utile anche a lungo termine perché le azioni contano più delle parole e quando un curriculum presenta una sfida di copywriting così lunga, beh, fa la differenza.”

La viralità può essere un’arma a doppio taglio perché, oltre ad essere una forma di pubblicità, rischia di rivelarsi troppo aggressiva e alla lunga può annoiare. Secondo te quanto è importante il viral marketing oggi?
“Esatto! Diventare virali è assolutamente un’arma a doppio taglio. Quando ho iniziato questo progetto la mia unica preoccupazione era di creare un’idea per una campagna ogni giorno, ma ora che ho più di 10.000 followers è fondamentale per me mantenere anche una certa qualità delle campagne inventate, perché se è vero che è difficile guadagnare followers, è anche vero che è semplicissimo perderli.”

Quali sono le campagne pubblicitarie che ricordi che ti hanno colpito di più?
“Ricordo quella della Mercedes-Benz (The Journey), quella della TNT (Push to add drama) o quella dell’Audi (The Comeback). Ma ci sono un’infinità di altre grandi campagne che ho veramente amato e che mi ispirano ogni giorno.”

By | 01 Ottobre 2017|Copywriting, Tutti|0 Comments

BABY DRIVER. Il genio della fuga

Baby Driver Post Cover

Negli auricolari la voce di Jon Spencer urla “Bellbottoms! Bellbottoms! Bellbottoms!”, il piede è sull’accelleratore. Marcia inserita. Adrenalina alle stelle. Sequenza d’apertura esplosiva.

Baby Driver è uno di quei film che non si dimentica facilmente, probabilmente il migliore dell’anno. Perché? Perché ha stile.

Stavolta l’originale e bilanciata ironia che da sempre ha caratterizzato le pellicole di Edgar Wright, si fa tagliente e mantiene il ritmo serrato di un action movie cui ogni sequenza sembra essere stata concepita come una coreografia musicale.

La Trilogia del Cornetto (Shaun of the Dead, Hot Fuzz e The World’s End) ci ha fatto capire la cifra stilistica del regista britannico: dissacrare con affetto e humor i film di genere. In questo caso però, Wright sembra aver tirato fuori qualcosa di coraggioso, con un tema centrale accattivante e addirittura una riflessione stilistica sul modo stesso di fare cinema.

Il film cita palesemente il capolavoro di Walter Hill, Driver L’Imprendibile, del 1978 e di conseguenza  anche un altro capolavoro di Nicholas Winding Refn, Drive.
A causa di un debito il giovanissimo Baby è costretto a lavorare per un boss che organizza rapine con bande diverse ogni volta. L’unico comun denominatore di queste azioni è lui, che grazie al suo talento da pilota riesce sempre a sfuggire alla polizia e a portare in salvo i colleghi. Un giorno si innamora di Debora e da quel momento la loro storia d’amore rischia di essere compromessa dal mondo spietato di cui fa parte.

Baby Driver Gang

Come il Driver di Refn, interpretato da Ryan Gosling, Baby è un mostro al volante, parla poco e dovrà proteggere le persone che ama.

Ma Baby è solo un ragazzo un po’ strano, che a tratti sembra rasentare l’autismo. Vive in un mondo fatto solo di musica, non toglie mai gli auricolari e porta sempre con sé iPod diversi con compilation diverse a seconda dell’umore. La musica gli serve per non vedere la violenza e la crudeltà del mondo che lo circonda.

Ecco quindi il tema, il punto di forza: ognuno di noi aggiunge musica alla quotidianità per renderla più bella, per renderla “un film”. Quello che fa Baby è la stessa cosa e il film di cui noi siamo spettatori è quello abbellito dal suo punto di vista, quello scandito da una colonna sonora che lui sceglie per noi premendo stop, rewind e poi ancora play se la sparatoria o l’inseguimento stanno durando più del brano selezionato. Perché tutto deve coincidere con il ritmo di ciò che sta sentendo. Le sequenze d’azione diventano così una meravigliosa coreografia al ritmo di Queen, Damned e James Brown, i titoli di testa un videoclip di Harlem Shake in cui tutto intorno è sincronizzato con il pezzo, mentre gli spari vengono esplosi al ritmo di Tequila degli Champs.

Ad ulteriore dimostrazione del fatto che stavolta si può senza dubbio gridare al capolavoro c’è una sfilza di attori enormi e magistralmente diretti: Ansel Elgort, Kevin Spacey, Jamie Foxx, Jon Hamm, Jon Bernthal, Eiza Gonzalez e Lily James.

TaKillYa!

 

By | 07 Settembre 2017|Cinema|0 Comments

TWIN PEAKS

Twin Peaks

Alla fine era vero: a distanza di 25 anni (o poco più), siamo rientrati nel mondo di Twin Peaks. Il 21 maggio scorso infatti, su Showtime e in contemporanea su Sky Atlantic Italia, sono stati trasmessi i primi 2 episodi della terza stagione, conosciuta anche come Twin Peaks: The Return.

Per come se ne è parlato, ma anche per quello che è scaturito dalla testa di quel genio di David Lynch, queste nuove puntate sembra siano state concepite come una serie a sé. Si tratta infatti di Twin Peaks: The Return, cioè il sequel de I Segreti di Twin Peaks. Di fatto è “la terza stagione della serie di Lynch”, ma in realtà si discosta molto dalle atmosfere e dalla struttura del serial cult degli anni 90.

Non c’è da meravigliarsi. Al massimo c’è da fare un inchino a quella vecchia lince per la sua capacità di sconvolgere sempre, di avere coraggio, di fregarsene di tutto e di tutti, ma al contempo comprendere le tendenze contemporanee.
Perché se si pensa alla storia delle serie tv, banalmente si possono considerare due capisaldi che hanno cambiato il modo di concepire i serial: Twin Peaks a inizio anni 90 e Lost 10/15 anni dopo. Poi? Poi è successo che la qualità di questi prodotti, unita al modo in cui oggi si fruisce di tutto ciò che è “audiovisivo” (cioè a casa, in streaming, sul web per poi parlarne su Facebook, Twitter ecc…), è giunta ad eguagliare quella dei film cinema. Basti pensare a Black Mirror, Breaking Bad, Stranger Things, Sherlock, Gomorra solo per citarne alcune.

Quindi cosa ha fatto Lynch? Ha smesso di fare film dopo Inland Empire nel 2007, si è dedicato egregiamente e senza abbandonare la sua cifra stilistica “pop-freudiana” alla musica. Poi ha ripreso in mano Twin Peaks con uno sguardo attuale. Il risultato è che i primi due episodi di Twin Peaks The Return fanno pensare a qualcosa di originale, nuovo, sconvolgente. Il regista sembra avere ancora quel coraggio che gli ha permesso di realizzare un capolavoro come Eraserhead.  È riuscito ad affrontare un linguaggio basato molto sulla narrazione, l’intreccio, gli eventi, sfruttando la sua ormai celebre logica onirica e da incubo. Elemento che le prime due stagioni di Twin Peaks presentavano solo in parte e che si manifestava in tutta la sua semplicità nel finale della seconda stagione.

Twin Peaks

Questi primi due episodi di The Return sono molto più simili, se vogliamo, al film/prequel Fuoco Cammina con Me.

Rincontriamo gli stessi personaggi, interpretati dagli stessi attori, 25 anni dopo. Vediamo gli stessi luoghi. Stessa musica di Angelo Badalamenti. Stessa foto di Laura Palmer. Eppure stavolta ci sono una potenza visiva, un modo in cui David Lynch gioca con la paura, diversi. Quella sensazione di illogico e non comprensibile che rende la Paura un linguaggio universale. Questo è il suo trucco: mantenere l’equilibrio tra un qualcosa che ti sembra di capire e di ricollegare ad un evento già visto nella storia, ma che non sei così sicuro abbia senso. Perché quando ci succede qualcosa di incomprensibile, siamo in preda al terrore assoluto. Stiamo vivendo un incubo.

È difficile legare gli eventi che accadono in queste prime due puntate. Lynch ritorna su dei personaggi che avevamo lasciato in sospeso, ne introduce altri. C’è un nuovo, terribile, omicidio. Dale Cooper è spietato e ridicolo allo stesso tempo.
Sono tante le sequenze che colpiscono, sia per quello che raccontano che per il modo in cui sono state realizzate. Tra queste non si può non menzionare quella ambientata a New York: un ragazzo, all’interno di un grattacielo, fissa per giorni una misteriosa scatola di vetro mentre delle videocamere riprendono il tutto. Non succede niente, fino a quando non fa entrare una donna per fare sesso con lei.

Lynch è tornato.

By | 26 Maggio 2017|Serie TV, Tutti|0 Comments

CINEMA. T2: il sequel di Trainspotting

T2

20 anni. La sensazione è quasi irreale: T2, il sequel di Trainspotting è al cinema. Dopo infinite notizie sull’impossibilità di realizzarlo, in pochissimo tempo sono comparse foto dal set, teaser, grafiche nere/arancioni con il logo “T2”. Poi il film.

La squadra è la stessa che debuttò nel 1994 (con Piccoli omicidi fra amici) e raggiunse l’apice con la trasposizione cinematografica del romanzo di Irvine Welsh, 2 anni dopo. Parliamo di Danny Boyle, Andrew MacDonald, John Hodge e Ewan McGregor.

Quando Welsh realizzò Porno, il seguito del suo capolavoro letterario, nel 2002 e un prequel, Skagboys, nel 2012, concesse un’apertura all’universo in cui vivono questi viziosi antieroi scozzesiTrainspotting non era più solo una storia chiusa, ma proseguiva, avanti e indietro, secondo le tendenze narrative odierne contaminate da serie tv e videogame. Su pellicola Mark, Sick Boy, Spud e Begbie però aspettavano di rincontrarsi da 20 anni: un’attesa che ha caricato di aspettative tutti coloro che hanno cercato per anni un “nuovo Trainspotting” senza mai trovarlo.

Ora finalmente possiamo dirlo: T2 non è un nuovo TrainspottingT2 esiste in relazione al suo predecessore ed è divertente, ironico, schietto, veloce, ma vedere un film come questo continuando a pensare a ciò che ha rappresentato il cult del ’96 è deleterio.

John Hodge (che con Trainspotting fu candidato all’Oscar, per la miglior sceneggiatura non originale) ha fatto un lavoro di adattamento e di scrittura con continui rimandi a quello che per molti è stato un cult ormai impresso nella memoria in modo scioccante. I protagonisti di T2 vivono nel passato, sono invecchiati, ma non hanno superato il tradimento di Renton e sembrano vivere solo per quello. Sono esattamente nella stessa condizione dello spettatore che vede scorrere i titoli di coda di Trainspotting.

Ma andiamo con ordine. Il cast: Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner (stavolta una spanna sopra gli altri) e Robert Carlyle sono una bomba ad orologeria. Il film presenta certe trovate visive che sono la genialità di Boyle. Alcune sequenze del primo Trainspotting sono impareggiabili e caratterizzano lo stile da videoclip del film. In T2 il regista si aggiorna al look contemporaneo e sforna un paio di momenti memorabili, accompagnati da una gustosissima colonna sonora che si equilibra tra i rimandi ai pezzi classici del primo film (Lust For Life e Born Slippy), i nuovi brani acidi/ossessivi e alcune hit anni 80. C’è poi un elemento molto interessante da sottolineare: attraverso la scrittura e la memoria i personaggi e la storia stessa del film subiscono un crollo. Affrontano il loro passato in un crescendo avvincente che li porta al limite della sopravvivenza.

In una sequenza del primo Trainspotting, Sick Boy spiega a Mark Renton quello che lui definisce «un fenomeno legato a ogni percorso esistenziale» e cioè un qualcosa che «a un certo punto ce l’hai, poi lo perdi e se n’è andato per sempre». George Best ce l’aveva, David Bowie, Lou Reed, Malcom McLaren, Elvis Presley ce l’avevano anche loro. Il concetto ruota attorno a qualcosa che potrebbe essere definito come genialità o molto più semplicemente coraggioaudacia. Un qualcosa che hai solo se ti butti senza paura, solo se non hai niente da perdere, solo se hai pochi mezzi a disposizione e devi affidarti alla creatività. Trainspotting era geniale, appunto. Ti lasciava angosciato eppure divertito. Depresso e allo stesso tempo eccitato. Trainspotting era un’esperienza unica. Come le droghe.

T2 non è tutto questo. È divertimento, nostalgia, curiosità di vedere come prosegue quell’universo narrativo. È dovere.

By | 28 Febbraio 2017|Uncategorized|0 Comments