Twin Peaks

Alla fine era vero: a distanza di 25 anni (o poco più), siamo rientrati nel mondo di Twin Peaks. Il 21 maggio scorso infatti, su Showtime e in contemporanea su Sky Atlantic Italia, sono stati trasmessi i primi 2 episodi della terza stagione, conosciuta anche come Twin Peaks: The Return.

Per come se ne è parlato, ma anche per quello che è scaturito dalla testa di quel genio di David Lynch, queste nuove puntate sembra siano state concepite come una serie a sé. Si tratta infatti di Twin Peaks: The Return, cioè il sequel de I Segreti di Twin Peaks. Di fatto è “la terza stagione della serie di Lynch”, ma in realtà si discosta molto dalle atmosfere e dalla struttura del serial cult degli anni 90.

Non c’è da meravigliarsi. Al massimo c’è da fare un inchino a quella vecchia lince per la sua capacità di sconvolgere sempre, di avere coraggio, di fregarsene di tutto e di tutti, ma al contempo comprendere le tendenze contemporanee.
Perché se si pensa alla storia delle serie tv, banalmente si possono considerare due capisaldi che hanno cambiato il modo di concepire i serial: Twin Peaks a inizio anni 90 e Lost 10/15 anni dopo. Poi? Poi è successo che la qualità di questi prodotti, unita al modo in cui oggi si fruisce di tutto ciò che è “audiovisivo” (cioè a casa, in streaming, sul web per poi parlarne su Facebook, Twitter ecc…), è giunta ad eguagliare quella dei film cinema. Basti pensare a Black Mirror, Breaking Bad, Stranger Things, Sherlock, Gomorra solo per citarne alcune.

Quindi cosa ha fatto Lynch? Ha smesso di fare film dopo Inland Empire nel 2007, si è dedicato egregiamente e senza abbandonare la sua cifra stilistica “pop-freudiana” alla musica. Poi ha ripreso in mano Twin Peaks con uno sguardo attuale. Il risultato è che i primi due episodi di Twin Peaks The Return fanno pensare a qualcosa di originale, nuovo, sconvolgente. Il regista sembra avere ancora quel coraggio che gli ha permesso di realizzare un capolavoro come Eraserhead.  È riuscito ad affrontare un linguaggio basato molto sulla narrazione, l’intreccio, gli eventi, sfruttando la sua ormai celebre logica onirica e da incubo. Elemento che le prime due stagioni di Twin Peaks presentavano solo in parte e che si manifestava in tutta la sua semplicità nel finale della seconda stagione.

Twin Peaks

Questi primi due episodi di The Return sono molto più simili, se vogliamo, al film/prequel Fuoco Cammina con Me.

Rincontriamo gli stessi personaggi, interpretati dagli stessi attori, 25 anni dopo. Vediamo gli stessi luoghi. Stessa musica di Angelo Badalamenti. Stessa foto di Laura Palmer. Eppure stavolta ci sono una potenza visiva, un modo in cui David Lynch gioca con la paura, diversi. Quella sensazione di illogico e non comprensibile che rende la Paura un linguaggio universale. Questo è il suo trucco: mantenere l’equilibrio tra un qualcosa che ti sembra di capire e di ricollegare ad un evento già visto nella storia, ma che non sei così sicuro abbia senso. Perché quando ci succede qualcosa di incomprensibile, siamo in preda al terrore assoluto. Stiamo vivendo un incubo.

È difficile legare gli eventi che accadono in queste prime due puntate. Lynch ritorna su dei personaggi che avevamo lasciato in sospeso, ne introduce altri. C’è un nuovo, terribile, omicidio. Dale Cooper è spietato e ridicolo allo stesso tempo.
Sono tante le sequenze che colpiscono, sia per quello che raccontano che per il modo in cui sono state realizzate. Tra queste non si può non menzionare quella ambientata a New York: un ragazzo, all’interno di un grattacielo, fissa per giorni una misteriosa scatola di vetro mentre delle videocamere riprendono il tutto. Non succede niente, fino a quando non fa entrare una donna per fare sesso con lei.

Lynch è tornato.